Aldo Bianchini
SALERNO – In premessa affermo che non ho alcun motivo per avercela con i ministri dell’attuale governo, in particolare con Francesco Lollobrigida e Marina Calderone; il primo ministro dell’agricolture e la seconda ministra del lavoro.
Ma confesso che le affermazioni avventatamente diffuse pubblicamente nel corso del vertice con i sindacati (convocato d’urgenza per il caso dell’operaio agricolo irregolare “Satnam Singh”, morto in un’azienda di Latina dopo aver perso un braccio) mi hanno lasciato particolarmente colpito, per non dire indignato.
Indignato perché, nel 2024, non è più possibile sentire due ministri della Repubblica parlare di “guerra al caporalato”, parole vomitate nel vuoto e nel nulla, tanto per accontentare i sindacati che da parte loro hanno fatto negli ultimi settant’anni ancora peggio della politica; parole che restituiscono agli osservatori la giusta dimensione tecnico-politica insufficiente di due importanti pedine del governo Meloni.
E pensare, come ho già detto nel recente passato, che la dott.ssa Marina Elvira Calderone viene dal mondo del lavoro e più specificamente dall’Ordine dei Consulenti del Lavoro di cui è stata presidente nazionale.
Dire “dichiariamo guerra al caporalato” in un consesso così importante tra governo e sindacati, che dovrebbe rappresentare il top del mondo del lavoro e che invece è tutt’altro, significa fare soltanto spicciola propaganda e niente più; purtroppo la stessa cosa accade per l’igiene e la sicurezza nei luoghi di lavoro dove vengono vomitate prole su parole e soltanto parole; intanto in questo Paese si verificano, ancora oggi, oltre 1.500 infortuni sul lavoro al giorno.
Conosco poco il caporalato di oggi, conosco benissimo quello classico di un tempo (che in realtà è perfettamente uguale a quello di oggi) per aver partecipato professionalmente e fisicamente alla cosiddetta “lotta al caporalato” negli anni 70 – 80 e 90 con interventi sempre inappropriati, fuori tempo e spesso senza senso.
Perché, a mio avviso, il caporalato ha il vantaggio di possedere un muro di gomma che tutto restituisce al mittente in forza di un fatto diventato metodo: il caporalato conviene a tutti, sia agli imprenditori agricoli che agli operai e, in definitiva, alle stesse istituzioni. Un fenomeno che irrobustisce l’economia sommersa dell’intero Paese.
Condanno senza se e senza ma il caporalato come metodo di ingaggio lavorativo; bisogna però riconoscere che quel metodo ha salvato intere comunità negli anni del miracolo economico, quando intere popolazioni delle aree interne (alludo al salernitano) si riversavano nella piana del Sele e nell’Agro Nocerino-Sarnese per lavorare in nero nelle aziende agricole; un nero che fruttava importanti fette di economia in favore dell’intero territorio.