Tangentopoli (94): 29 ottobre 1993, la ricusazione del collegio e la cattura di Galdi in Tribunale

 

Aldo Bianchini

Ing. Raffaele Galdi

SALERNO – Venerdì 29 ottobre 1993 si apre, sempre alle 9.30, l’udienza dibattimentale nell’ambito del processo Fondovalle Calore (Amatucci + 23) che passerà alla storia giudiziaria salernitana come una delle più drammatiche di sempre.

Anche io, di buonora, mi affrettai a raggiungere l’aula riservata alla “terza sezione penale” per accompagnare e guidare i tecnici televisivi alla sistemazione delle attrezzature, la meno fastidiosa possibile sia per il Collegio che per la pubblica accusa, così come per le difese, gli  imputati, gli spettatori e i giornalisti. Questi ultimi dopo le primissime udienze cominciavano già a disertare l’aula in quanto le notizie necessarie venivano loro fornite dai vari interessati.

L’udienza assume subito i toni della ritualità; difatti furono escussi alcuni testi e consulenti (non di primissimo piano nell’arco dell’economia processuale) che resero lunghe ed articolate deposizioni in sede di esame e controesame.

Il collegio, come prima e dopo detta udienza e comunque per tutta la durata del processo, mi era apparso molto attento e puntuale negli interventi al fine di acquisire quante più prove, ampie e concrete, all’esame del collegio stesso che, ricordiamo, era presieduto dal giudice Giovanni Pentagallo e da due donne magistrato: Anna Allegro (a latere) e Anna Emilia Giordano (estensore).

Poco dopo mezzogiorno il presidente Pentagallo dispose l’aggiornamento dell’udienza per le ore 15.30 del pomeriggio; tutto normale perché fin dalla prima udienza il presidente aveva evidenziato una linea procedurale molto serrata che spingeva le udienza fino a tarda sera.

C’era un tarlo, però, che cominciava a rodere la serenità del collegio giudicante; fin dalla precedente udienza tra gli avvocati e quindi tra i pochi giornalisti presenti serpeggiava, infida come non mai, la notizia che stesse per abbattersi sul predetto collegio un pesante macigno che avrebbe consentito ai collegi difensivi di chiedere la ricusazione dell’intera corte o, quanto meno, dei due terzi di essa.

Si sussurrava, difatti, che stessero prendendo quota due importanti inchieste giudiziarie, condotte entrambe dai pm Vito Di Nicola e Luigi D’Alessio, a carico dell’avv. Ruggiero Musio, presidente del CO.RE.CO. (Comitato Regionale di Controllo – Sezione provinciale di Salerno) e proconsole di Carmelo Conte nel PSI, ed anche a carico del titolare della impresa Giordano di Vallo della Lucania.

Gravissime, per il prosieguo del processo, le circostanze che, in quel momento, vedevano i due pm seduti in aula come pubblica accusa di un processo presieduto da Pentagallo e che l’avv. Musio fosse il cognato dello stesso presidente del collegio giudicante. Non solo, il titolare dell’impresa Giordano altri non era se non il papà del giudice estensore Anna Emilia Giordano.

La storia dei mesi successivi ci dirà che Musio venne arrestato la mattina del 26 gennaio 1994 e dopo pochissimi giorni liberato con formula piena, e che dell’impresa vallese si perderanno subito le tracce per inconsistenza delle presumibili accuse.

Ma quella mattina del 29 ottobre 1993 nessuno sa come sarebbero finite quelle due storie e il chiacchiericcio in aula si infittisce al punto tale che il presidente Pentagallo, più di una volta, dovette intervenire per richiedere il silenzio. Osservai benissimo le reazioni, anche somatiche, del presidente; nessun segno di nervosismo e, men che meno, di inquietudine; eppure tre mesi dopo, processo Fondovalle ancora in corso, il quotidiano Il Mattino scriverà: “E alla fine anche per lui, abile e astuto navigatore nelle acque della politica locale, sono scattate le manette. E’ scivolato su una buccia di banana: una mazzetta da 20 milioni pagata a metà da Alberto Schiavo e da Luigi Cardito per la sua campagna elettorale alle elezioni politiche del 1992”.

Ma in quel venerdì mattina di fine ottobre nessuno dei collegi difensivi si mosse per avviare una eventuale richiesta di ricusazione del collegio; segno di rispetto verso un presidente che con la sua intransigente severità e serietà garantiva tutti.

Ma il bello, anzi la parte più drammatica, doveva ancora venire in quella strana mattinata; l’aula poco prima di mezzogiorno si era quasi svuotata perché era imminente l’ordine della sosta; soltanto due imputati erano rimasti al loro posto: Raffaele Galdi e Franco Amatucci, i due compassi d’oro, quelli che la pubblica accusa indicava come i due manovratori non solo del processo Fondovalle ma di quasi tutta la tangentopoli salernitana.

Ad un certo punto notai che, dopo un breve scambio di parole con l’amico Franco Amatucci, l’ingegnere Raffaele Galdi si allontanò velocemente dall’aula, alla stregua di uno che ha una imbellente necessità fisiologica.

Non erano passati più di due o tre minuti dall’allontanamento di Galdi che in aula, proprio mentre il presidente ordinava l’aggiornamento al pomeriggio, fecero una vera e propria irruzione due carabinieri ed un capitano (tutti in divisa) per chiedere dove fosse finito Raffaele Galdi; nessuno seppe dare una risposta valida, neppure Franco Amatucci.

I tre, di corsa, ripreso la via dei corridoi e scomparvero alla vista degli astanti.

Pochi minuti dopo la notizia fece velocemente il giro di tutto l’edificio del tribunale: Raffaele Galdi era stato arrestato su richiesta del pm Michelangelo Russo per la vicenda giudiziaria inerente l’appalto per i lavori di ristrutturazione del “Seminario”.

L’arresto era avvenuto nell’androne del tribunale che si apriva su Corso Garibaldi; gli addetti al controllo delle entrate e delle uscite avevano fermato l’ingegnere con la scusa di richiedergli i documenti di identità perché già sapevano che i tre carabinieri stavano arrivando trafelati sul posto.

Manette in pubblico dentro l’androne che in pochi secondi si riempì di avvocati, di pubblici ministeri e di semplici spettatori; anche io che avevo cercato di seguire i tre carabinieri rimasi attonito per l’eccessiva ed accanita violenza giudiziaria contro una persona che tutto avrebbe potuto fare, tranne quella di scappare.

Tra me e me pensai che quella era l’ennesima dimostrazione della rabbia del pm Michelangelo Russo che cercava in ogni modo di rientrare nel novero del dibattito pubblico che era in atto, dentro e fuori le mura del tribunale, su quella tangentopoli che lui stesso, in verità, aveva notevolmente contribuito a far lievitare fino a trascinarla nelle aule giudiziarie. Ma da quel primo, vero ed unico, processo era rimasto tagliato fuori in seguito alla rottura del trio Russo – Di Nicola – D’Alessio che appena qualche mese prima il giornalista Luciano Pignataro aveva definito “I tre Di Pietro di Salerno” dalle pagine de Il Mattino.

Nelle ore immediatamente successive si saprà che il mandato di cattura richiesto dal pm Russo ed avallato dal gip Raffaele Oliva riguardava oltre a Galdi anche due altre persone: Gaspare Russo (esule sulle rive della Senna parigina) e Aniello Salzano. Il gip, però, aveva concesso l’arresto soltanto di Galdi e da qui la sceneggiata pubblica.

L’accusa per Galdi e gli altri due era di aver preteso delle tangenti dall’impresa Francesco Zecchina, vincitrice dell’appalto del Seminario, che qualche mese prima per bocca di un suo dipendente aveva accusato Galdi di aver preteso la grossa tangente (circa trecento milioni di lire) anche in nome e per conto degli altri. Puttanate (scusate il termine) che caddero rovinosamente dopo qualche mese; frattanto Galdi era finito nuovamente dietro le sbarre e si temeva la sua assenza per l’udienza già fissata per il 5 novembre successivo del processo Fondovalle.

E qui entra in scena l’avvocato Dario Incutti, spalleggiato dal suo fedelissimo Antonio Zecca (che pochi anni dopo difenderà il cardinale Giordano di Napoli sempre contro l’irruenza del pm Michelangelo Russo); li vidi sulle scale esterne dell’ingresso di Corso Garibaldi; mi stavo avvicinando che loro mi fecero segno di raggiungerli; insieme a me c’era il mio fidatissimo Mario Lo Bianco che non perse neppure un secondo per passarmi il microfono ed accendere la telecamera a spalla.

Dr. Giovanni Pentagallo (già Pretore, poi presidente della III sezione penale e, infine, presidente del tribunale di Salerno)

Gli avvocati Incutti e Zecca, come già scritto, erano i difensori dell’ingegnere Galdi e con tutta evidenza costituivano uno dei due collegi difensivi più importanti dell’intero processo Fondovalle (l’altro era composto dagli avvocati Nino Dalia e Marzia Ferraioli in difesa dell’ingegnere Amatucci).

L’avvocato Incutti (scomparso domenica 15 ottobre 2023) diede vita ad una vera e propria filippica contro l’azione del pm Russo che, a suo dire, aveva orchestrato il tutto a tavolino quando già il suo assistito aveva ampiamente chiarito la sua posizione a verbale giudiziario reso dinanzi allo stesso pm.

L’avvocato Zecca parlò addirittura di accanimento giudiziario e di clamore pubblicitario contro il loro assistito per l’arresto avvenuto nell’androne principale del tribunale ed al cospetto di decine e decine di persone.

L’intervista integrale, così come realizzata, riuscii a farla mettere in onda nel telegiornale delle ore 14.00 (TV Oggi Salerno) già sapendo che avrebbe suscitato molte polemiche e non solo per il fatto che era l’unica intervista realizzata, in esclusiva, con gli avvocati Incutti e Zecca.

Difatti in quel pomeriggio, verso le ore 18.00, si presentarono negli studi di Tv Oggi due carabinieri con il decreto di sequestro, della cassetta originale, disposto dalla Procura della Repubblica di Salerno su richiesta, manco a dirlo, del pm Michelangelo Russo.

Ma come era lecito aspettarsi, anche di quella cassette si persero presto le tracce.

 

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