Tangentopoli (92): 13 OTTOBRE 1993, “processo Fondovalle Calore” … atto primo

 

Aldo Bianchini

La foto del 13 ottobre 1993 mostra l'aula di udienza gremita; alla presidenza il giudice Giovanni Pentagallo; tra gli altri riconoscibili alcuni imputati e diversi avvocati

SALERNO – In un clima decisamente ostile per gli imputati, tra timori – sospetti e incertezze, il 13 ottobre 1993 (mercoledì) si apre nell’aula penale n. 2 del Tribunale di Salerno il tanto atteso processo sul presunto scandalo per la realizzazione del più grande lavoro pubblico di quel momento, una infrastruttura assolutamente necessaria per la rinascita – la crescita e lo sviluppo di una delle aree interne più disagiate della Provincia di Salerno: la strada a scorrimento veloce Fondovalle Calore, progettata dallo studio tecnico “Galdi – Amatucci” che agli inizi degli anni ’90 era certamente lo studio tecnico all’avanguardia per idee progettuali e per capacità occupazionale in quanto riusciva a garantire un lavoro a tempo pieno a circa 90 persone tra ingegneri – geometri e amministrativi.

E’ giusto anche ricordare che al momento di entrare in aula, la mattina del 13 ottobre 1993, gli ingegneri Raffaele Galdi e Franco Amatucci (entrambi docenti universitari; il primo a convenzione, il secondo titolare di cattedra di ingegneria idraulica presso l’università della Basilicata) erano meglio noti alla pubblica opinione come i “due compassi d’oro” perché con questo nomignolo era stata incorniciata la loro immagine dalla stampa locale con l’avallo silenzioso dei diversi magistrati che ebbero in carico quella clamorosa inchiesta.

Ma cosa era la Fondovalle Calore ?

Era, o meglio doveva essere, una bretella stradale a scorrimento veloce che partendo dalla zona dello svincolo autostradale di Eboli doveva penetrare nel cuore del Cilento costeggiando il Fiume Calore fin dopo Felitto e prima di Piaggine, per biforcarsi in due altre bretelle per raggiungere sulla destra Vallo della Lucania e sulla sinistra Atena Lucana. Il braccio verso Vallo della Lucania doveva congiungersi alla strada Cilentana per innestarsi alla Bussentina (nel saprese) e ricongiungersi all’autostrada SA-RC nello svincolo di Buonabitacolo; mentre l’altro ramo doveva raggiungere Atena Lucana con un tunnel dall’alta Valle del Calore per innestarsi anche esso sulla Sa-Rc.

1993 - una foto aerea della zona dove doveva essere realizzata la Fondovalle Calore

Il progetto, senza dubbio ambizioso ed enormemente utile, avrebbe addirittura evitato il raddoppio della Sa-Rc nel lungo tratto compreso tra gli svincoli di Eboli e quello di Buonabitacolo, con un ingente risparmio di denaro pubblico. Un progetto di riammagliamento stradale complessivo che avrebbe stanato l’intero Cilento dal suo isolamento, proiettandolo definitivamente al centro dell’economia commerciale e turistica dell’intera regione. 100 miliardi di lire il costo del progetto.

Una strada che ancora oggi, dopo oltre trent’anni, viene con forza richiesta dalla gente comune e dalle amministrazioni politiche locali; e sotto certi aspetti anche dagli ambientalisti (dal WWF agli altri) che, primi fra tutti, si opposero violentemente alla realizzazione di quel progetto con ricorsi spietati alla magistratura e la descrizione delle ipotesi di malaffare come turbativa d’asta, tangenti, appalti pilotati e progetti difficilmente realizzabili.

Insomma intorno al progetto Fondovalle si instaurò un clima terrificante che lievitava sempre di più, mano a mano che da un lato il potere del Partito Socialista contiano cresceva nella città capoluogo e nell’intera provincia, e dall’altro il PCI sosteneva l’azione aggressiva delle associazioni ambientaliste e la DC assisteva, suo malgrado, al fatto che quasi tutte le famiglie della grande imprenditoria salernitana cominciavano a spostare i loro interessi verso il PSI; entrambi però, sia il PCI che la DC, presero parte alla spartizione dei grandi appalti pubblici che il mitico “laboratorio laico e di sinistra” (ideato dall’allora ministro Carmelo Conte) andava mano a mano ad ipotizzare nel quadro politico generale di rilancio sia sul piano infrastrutturale che su quello economico attraverso la realizzazione delle grandi opere: Fondovalle Calore, Trincerone Ferroviario fino all’autostrada Sa-Rc, Lungoirno, Porta Ovest, Sub way da Molo Manfredi alla foce dell’Irno, ampliamento porto turistico con sottopiano del lungomare da Santa Teresa al Masuccio Salernitano, prolungamento tangenziale fino all’aeroporto di Pontecagnano, la metropolitana veloce, la cittadella finanziaria e quella giudiziaria, ripascimento spiagge del litorale fino ad Agropoli, trasferimento del porto commerciale verso  il litorale di Eboli,  strada Aversana dall’aeroporto fino ad Agropoli per l’innesto sulla Cilentana, bretella stradale a scorrimento veloce dall’Aversana vero l’interporto di San Nicola Varco, ampliamento della Salerno – San Severino, collegamento diretto in galleria da Fratte ad Eboli per evitare l’imbuto autostradale di Fratte e consentire un allaccio diretto con la Fondovalle in zona di Eboli, il centro storico e il Teatro Verdi di Salerno, il nuovo mercato ortofrutticolo e il polo agro-alimentare provinciale.

Per questa immensa progettazione di opere pubbliche, possibile perché il ministro delle aree urbane era Conte, vennero allertati – sperimentati ed incaricati ben 230 tecnici salernitani (scelti accuratamente in tutte le aree politiche tra il 1987 e il 1991) con lauti compensi.

Con l’amministrazione comunale PSI-PCI-PSDI-PRI-PLI del 1987 era stata estromessa per la prima volta la DC (Democrazia Cristiana) dal governo della città mentre sullo sfondo incominciavano a farsi largo (grazie al ministro Conte) i grandi finanziamenti pubblici che nel complessivo novero delle tante opere in programma avrebbero superato, e di parecchio, la cifra totale di mille miliardi di vecchie lire.

La delibera comunale n. 71 del 1989 (che De Luca cancellò nel corso della sua prima giunta comunale 93-97) doveva garantire il resto: vivibilità urbana con ampi spazi a verde e zone attrezzate; spazi a verde e zone attrezzate che Oriol Bohigas per fare spazio all’enorme colata di cemento dell’era deluchiana raggruppò in punti esterni rispetto ai quartieri cittadini.

L'ing. Raffaele Galdi fotografato in aula la mattina del 13 ottobre 1993

Ma questa nuova concezione strutturale-urbanistica, in buona parte frutto delle innovative progettazioni dello studio tecnico “Galdi-Amatucci”, incominciò a scricchiolare quasi subito; difatti, come dicevo, le grandi famiglie imprenditoriali che si erano spostate verso il PSI, sotto la pressione delle insistenti voci di imminenti accadimenti giudiziari, temendo di non poter controllare lo strapotere socialista, si abbandonarono all’abbraccio mortale di una magistratura che, molto ben sostenuta dai Servizi Segreti, prometteva facili coperture ed acquisiva (anche con mezzi tecnologici tra microspie ed intercettazioni varie) tutti gli elementi necessari per quella rivoluzione che è passata alla storia come tangentopoli.

Tradimenti, mistificazioni, false dichiarazioni, narrazioni inverosimili ma gradite ai magistrati, furono il condimento per consentire il via dell’azione giudiziaria che esplose a livello pubblico la mattina del 16 aprile 1992 con il pm Michelangelo Russo che sequestrò e sigillò giudiziariamente lo studio tecnico “Galdi-Amatucci” che era sicuramente amato ma altrettanto sicuramente molto odiato per la sua predominanza su tutti gli altri studi tecnici non solo perché otteneva molti appalti e soprattutto quelli più quotati, ma anche perché sotto certi aspetti aveva eretto intorno al ministro Conte una sorta di muro invalicabile; loro erano i referenti del ministro e loro pilotavano gli incontri e le scelte di tanti tecnici. Ovviamente intorno al ministro c’erano almeno altri tre-quattro grandi tecnici salernitani (i nomi li ho scritti in tanti capitoli), ma nessuno di loro poteva vantare un tasso di influenza sul ministro superiore a quello dei due compassi d’oro.

E contro di loro si scatenarono anche i Servizi Segreti che fin dal 1989 incominciarono a rivoltare come un calzino gli interessi pubblici e privati dei due noti ingegneri, arrivando addirittura a violare i sigilli giudiziari con incursioni programmate e coperte nello studio tecnico sequestrato per fornire finanche a processo Fondovalle iniziato ulteriori elementi di accusa.

Al sequestro dell’ufficio tecnico fecero seguito i clamorosi arresti del 23 luglio 1992 per l’ormai famigerata Fondovalle Calore la cui inchiesta, inizialmente condotta da Russo e poi dai pm Luigi D’Alessio e Vito Di Nicola, consentì la richiesta di rinvio a giudizio di ben 31 indagati (dei quali 13 erano finiti in carcere) “Amatucci Franco + 23” questa la denominazione tecnica del processo che ebbe inizio, appunto, la mattina del 13 ottobre 1993 in un clima decisamente ostile per tutti gli imputati.

L’aula d’udienza era stata preparata per le grandi occasioni, davvero straripante il numero di persone che volevano assistere alla prima udienza del primo processo contro gli attori della tangentopoli che, badate bene, continuava ad andare avanti ed aveva necessità di una prima sentenza a sostegno delle tante altre ipotesi accusatorie che avevano determinato diverse decine di arresti tra politici, amministratori, funzionari pubblici, tecnici e malavitosi.

Tutte le testate giornalistiche provinciali erano presenti, qualcuna anche regionale e quelle specializzate per i servizi Rai.

Alle ore 9.31, quasi con ossessiva precisione svizzera, suonò il campanello che annunciava l’ingresso in aula del collegio giudicante (terza sezione penale del tribunale di Salerno) presieduto da uno dei magistrati più completi dell’intero distretto giudiziario di Salerno: Giovanni Pentagallo, con a latere Anna Allegro ed estensore Emilia Anna Giordano.

Al tavolo riservato alla pubblica accusa  c’erano seduti i due pm Vito Di Nicola e Luigi D’Alessio; la presenza dei due fece scalpore e significò che Michelangelo Russo era stato definitivamente estromesso da tutti i processi di tangentopoli, conseguenza logica dopo la rottura dei rapporti tra i “tre Di Pietro anche a Salerno” risalente al precedente 23 giungo 1993, data in cui Di Nicola e D’Alessio scelsero come giornalista di riferimento Tommaso Siani (oggi direttore de La Città) al posto di Luciano Pignataro (Il Mattino) che a lungo era stato il giornalista di punta di Michelangelo Russo.

Uno dei tanti titoli forti apparsi su Il Mattino del 14 ottobre 1993

In apertura di udienza, inaspettatamente, il presidente del collegio Giovanni Pentagallo lesse la sua ordinanza in base alla quale autorizzava TV/Oggi Salerno, della quale ero direttore responsabile, a riprendere tutte le udienze ed a trasmetterle in differita nelle ore successive all’udienza stessa; “tutto in ragione dell’interesse sociale particolarmente rilevante alla conoscenza del dibattimento” come avevo richiesto ufficialmente qualche giorno prima. Grossa soddisfazione per me in quanto, e questo lo si scoprirà col tempo, una modesta tv locale aveva preceduto addirittura il grande processo milanese contro Sergio Cusani (trasmesso in tv) con il primato storico che il fatto non si è mai più ripetuto in questi ultimi trent’anni nonostante qualche altra tv locale lo avesse richiesto.

Qualche minuto dopo arrivò anche la conferma per le notizie filtrate delle richieste di patteggiamento da parte di sette dei principali imputati (Vecchio, Trotta, Iuzzolino, Parente, Inglese, Clavelli e Mazza); le pene concordate furono oggetto di una forte riduzione così come previsto dalla legge, ma dato che tra i patteggiatori c’era addirittura l’ex senatore e segretario di Stato dr. Nicola Trotta il processo perse fin dalla sua prima udienza quello spessore di “processo politico” e rientrò nel contesto di un normale processo con l’aggravante che ben sette imputati avevano preventivamente ammesso la loro colpevolezza. Insomma il terreno davanti alla pubblica accusa si spianò in maniera inattesa in quanto tutto l’impianto accusatorio apparve subito molto forte e difficilmente contestabile.

E dai patteggiamenti emerse anche un dato fondamentale e decisivo, in favore della pubblica accusa, che condizionò la strategia difensiva in quanto dalle sette richieste emergeva (per espresso riconoscimento degli imputati) con chiarezza il principio la “non esecutività dei progetti” che era stato fin dall’inizio delle inchieste il passaggio principale che l’accusa portava avanti contro i tecnici e i politici.

Imponente, infine, lo schieramento dei collegi difensivi in rappresentanza dei migliori studi legali del momento: Carbone, Fusco – Pecoraro – Lentini – Filangieri – Clarizia/Krog/De Iorio/Dean – Franco – Gianzi – Giovanni Falci – Guariniello/Lemme/Preziosi – Scarlato – Sofia – Giovine – Scorza –  Incutti/Zecca – Dalia/Ferraioli – Sica – De Bello/Di Perna e tanti altri. Sotto i riflettori della stampa e dell’opinione pubblica i due studi legali che difendevano i due principali imputati: per Amatucci lo studio legale Dalia/Ferraioli e per Raffaele Galdi lo studio legale Incutti/Zecca.

Parte così il primo ma anche unico vero processo alla tangentopoli salernitana che registrò alla fine ben 23 condanne (compresi i sette patteggiamenti) e otto assoluzioni (delle quali sette richieste dalla Procura); nel segno che i due giovani pm e il collegio giudicante seppero condurre fino alla fine un processo che poteva facilmente scivolare loro dalle mai per cadere in un complotto politico-giudiziario contro l’allora classe dirigente e dominate della politica e della gestione della cosa pubblica salernitana.

Con il processo Fondovalle, che definire storico è forse riduttivo, la magistratura salernitana stabilì un record nazionale con il più alto numero di condannati in un singolo processo di tangentopoli.

 

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