Camorra & Politica: il processo a Cristo !!

Aldo Bianchini

SALERNO – Come si fa a sostenere che l’acqua è calda dopo che il gas sotto la pentola è stato spento da alcuni mesi ? Questo dovrebbe spiegarcelo qualcuno, anzi dovrebbe spiegarlo a tutti il cosiddetto “sistema giustizia” che ormai fa acqua da tutte le parti, e non soltanto nel caso sfacciato della continua persecuzione (ormai bisogna parlare in questi termini !!) dell’ex sindaco di Scafati dott. Pasquale Aliberti.

            La giustizia non può essere tentennante, o è nera o è bianca; ovvero o ci sono gli estremi per andare avanti e condannare o bisogna assolvere, anche i colpevoli, e questo serve a tutelare ed a blindare il sistema che deve sempre essere al di sopra delle parti e al di là di ogni minimo dubbio.

            La lettura del pronunciamento del GIP, dott.ssa Donatella Mancini, del 17 ottobre 2017 è stata, almeno per me, sconcertante; soprattutto perché emesso da un magistrato degno di questo nome e sempre molto attenta nei passaggi sia formali che sostanziali; oltretutto fu la stessa Mancini più di un anno fa a non concedere l’arresto di Aliberti e ad opporsi alle pressanti richieste della Procura. La Mancini era stata chiamata a rispondere alla richiesta di inutilizzabilità degli atti d’indagine successivi al 10.09.2016, inutilizzabilità che secondo i difensori di Aliberti avrebbe di per se provocato la revoca della richiesta di arresto in carcere per Aliberti che ormai non è più sindaco e non può reiterare gli eventuali reati contestatigli, non è fuggito e quindi non avrebbe più motivo per fuggire e non potrà neppure inquinare le prove perché in qualsiasi angolo di Scafati, del Comune, di casa e studio Aliberti non è rimasto neppure il più piccolo lembo di carta; non ci sono più neppure le memorie dei telefonini in uso sia a lui personalmente che alla moglie Monica Paolino (anch’essa indagata) che ai familiari più stretti.

            Leggendo e rileggendo detto pronunciamento ho avuto la reale impressione di assistere al “processo di Cristo”; si, proprio Gesù Nazareno detto Cristo. Quel processo, vecchio di duemila anni, viene ancora oggi definito falso e ingiusto; falso perché basato su accuse mosse in maniera interessata dai Sacerdoti del Tempio (attuale Procura), ingiusto perché chi doveva decidere non seppe farlo tanto che la sua ingiustizia fu conclamata dallo stesso Cesare Augusto che in una lettera scrisse a Pilato che secondo lui il Nazareno era innocente. Sullo fondo di quel processo, definito il primo ma anche il più ingiusto della storia dell’umanità, c’erano schierati vari interessi molto forti e contrapposti, tali da indurre chi doveva decidere a lasciarsi andare al giudizio del popolo (attuale sistema mediatico) ondivago, massificato e massificante al quale venne attribuito il ruolo di un “processo alla storia” senza possibilità di appello e per alzata di mano o, peggio ancora, per grida e osanna inconsulti; tutto questo quando lo stesso Erode (vero nemico di Gesù) restituì a Pilato il Nazareno dicendo che, nonostante tutto, non riusciva a trovare capi di accusa sostenibili in un processo che avesse tutti i crismi della legalità. Ma Pilato non seppe o non  volle decidere, e pur avendo da un lato il pretoriano (la legge) e dall’altro il centurione (il potere) preferì miscelare il potere e la legge in una sordida non  decisione che favorì l’impressionante sete di vendetta del popolo. Questa è storia, non sono mie invenzioni.

            Le stesse cose ho trovato nelle righe del provvedimento dell’ottima dott.ssa Donatella Mancini che nel contesto del suo “ordine” afferma con forza che quegli atti d’indagine sono tutti inutilizzabili (la legge del pretoriano) ma a sorpresa aggiunge che “Giova tuttavia rilevare che gli atti investigativi assunti in epoca successiva al 10.09.2016 sono stati posti a base dell’ordinanza cautelare per lo più per motivare la ritenuta sussistenza delle esigenze cautelari, e solo in minima parte per avallare la consistenza del quadro indiziario. In ogni caso, non si tratta di “fatti nuovi” che possano trovare la loro rilevanza nell’ambito di una richiesta di revoca della misura cautelare, da proporsi autonomamente ai sensi dell’art. 299 c.p.p., ma piuttosto di elementi che, benchè emersi successivamente all’adozione del titolo cautelare, incidono sulla originaria legittimità del provvedimento cautelare.”

            E cosa vuol dire ? Come si fa a soppesare la ritenuta sussistenza delle esigenze cautelari con la minima esigenza di avallare la consistenza del quadro indiziario per arrivare ad affermare che non si tratta di “fatti nuovi” che possano trovare la loro rilevanza nell’ambito di una richiesta di revoca della misura cautelare bensì di elementi che benchè emersi successivamente all’adozione del titolo cautelare non incidono sulla originaria legittimità del provvedimento cautelare.

Ma è l’ultimo capoverso dell’ordinanza che è un capolavoro nel punto in cui afferma che “”Avendo i difensori proposto ricorso per Cassazione nei confronti del nuovo provvedimento cautelare reso nei confronti dell’Aliberti, ed avendo in quella sede prospettato le medesime doglianze oggetto della presente istanza, ogni decisione in merito alla possibilità o meno di utilizzare a fini cautelari gli atti di indagine successivi al 10.09.2016, involgendo la legittimità del titolo custodiale, deve essere rimessa, in pendenza di ricorso per Cassazione, alla competenza della Suprema Corte””.

            Quasi come a dire che visto che c’è un Organismo che deve decidere sulla stessa materia è giusto attendere le sue determinazioni. La stessa cosa fece Pilato anche se, come la stessa Mancini, il governatore della Galilea non è che non fece giustizia perché al cospetto dell’ira del popolo lasciò Cristo nella mani della folla furiosa per conservare il potere e miscelarlo con la politica per la conservazione del suo status di primo cittadino romano in terra straniera.

Detto questo, mi sento anche di affermare che la dott.ssa Mancini non ha assolutamente sbagliato nel rimettere praticamente la decisione alla Cassazione ma, dando per scontato che una parte delle indagini  sono state fatte fuori tempo massimo, in verità non ha nemmeno detto che l’ordine di arresto non va revocato. Purtroppo questo piccolo ma importante dettaglio contenuto implicitamente nell’ordinanza della Mancini non è stato recepito dalla furiosa macchina mediatica (la folla osannante in favore del ladrone) che in questi giorni, nel migliore dei casi, ha semplicemente riportato nella titolazione la notizia che “Il Gip ha confermato la validità della richiesta di arresto”. Oltretutto, come già scritto, non va sottovalutato il fatto che fu proprio la Mancini a respingere la richiesta del carcere per Aliberti e, quindi, se le indagini successive non hanno portato novità eclatanti ancor di più andrebbe confermata quella serena e giusta decisione di respingere la richiesta di arresto.

Non è così, anche perché tutti quegli elementi successivi alla scadenza del tempo massimo per le indagini (confermato dalla Mancini) non reggono allo scontro tra accusa e difesa e diventano in maniera distorta soltanto pietre da utilizzare nel linciaggio mediatico di una persona ormai assolutamente inoffensiva. Difatti come si fa a sostenere che Aliberti rispondeva puntualmente agli sms del congiunto di un camorrista quando, invece, si e no c’è stata una risposta che oltretutto ha mandato in crisi fisiologica e psicologica il giovane sfortunato rampollo di una famiglia incriminata, tanto da indurlo a scrivere che se non fosse riuscito a presentarsi al cospetto del sindaco nella veste richiesta (presa di distanza dalla situazione familiare) avrebbe sicuramente cambiato aria per rifarsi una vita.

Ma cosa deve fare di più un sindaco che, lo sappiamo tutti, si muove ed opera in una realtà territoriale tempestosamente okkupata dalla criminalità organizzata che cerca di infiltrarsi dovunque, figurarsi nella pubblica amministrazione; probabilmente al primo casuale incontro con un delinquente o al primo sms dubbioso dovrebbe subito dimettersi dall’incarico ?

La cosa, però, più inquietante che emerge dall’ordinanza del GIP è la difficoltà che due valentissimi avvocati (Silverio Sica e Agostino De Caro) incontrano nel portare avanti la difesa del proprio assistito; nei loro panni io non farei più l’avvocato o almeno metterei in scena come minimo uno sciopero della fame. Difendersi da ragionamenti ai limiti dei sofismi filosofici prima che giudiziari è impresa assai ardua anche per due come loro che sono, comunque, da considerare “principi del foro” che rischiano di essere massacrati da qualsivoglia ordinanza.

Nelle prossime puntate di questa lunga storia cercherò di analizzare, uno per uno, tutti gli sms e/o whats-app che sono stati intercettati e posti a base della richiesta di arresto per Pasquale Aliberti.

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