GIUSTIZIA: Processo Why Not, assolti De Magistris e Genchi

Aldo Bianchini
SALERNO – La notizia che la terza sezione della Corte di Appello di Roma ha assolto il sindaco di Napoli “Luigi De Magistris” ed il consulente tecnico dell’ufficio (C.T.U.) “Gioacchino Genchi” dall’accusa di abuso d’ufficio, in relazione alla vicenda dell’acquisizione di tabulati telefoni di politici, magistrati, imprenditori e gente comune, non mi ha sorpreso più di tanto. Così come non mi ha sorpreso la definizione dell’assoluzione “perché il fatto non costituisce reato” posta nel dispositivo della sentenza. In definitiva i giudice di appello, sfoderando fioretti incredibili, hanno viaggiato sul filo del rasoio propendendo, però, verso la giustizia distributiva anziché quella, più consona al loro ruolo della giustizia commutativa. Ma sono “finezze linguistiche” direbbe il nuovo governatore della Regione Campania e noi dobbiamo attenerci ai fatti che, anche agli occhi dei più sprovveduti, appaiono come esistenti anche se non costituiscono reato. In pratica De Magistris e Genchi hanno messo sotto controllo mezza Italia con il loro “grande fratello” ma questo per i giudici romani non costituisce reato; del resto il tema delle intercettazioni telefoniche ed ambientali è ancora oggi al centro del dibattito politica-magistratura-stampa, figurarsi dieci anni fa quando il casò incominciò a prendere piede su tutti grandi giornali; ma allora De Magistris faceva il PM a Catanzaro e Genchi era il suo alter ego. Ma i giudici non solo si sono destreggiati nel guazzabuglio delle finezze linguistiche ma hanno anche filosofeggiato su un concetto essenziale della giurisprudenza che delinea i confini tra assoluzione e condanna; difatti se per la condanna la commutazione della pena è un semplice calcolo matematico, per l’assoluzione è necessario sempre trovare appigli filosofici e culturali a dimostrazione della non colpevolezza dell’imputato. Non la pensavano così i giudici del primo grado del giudizio quando entrambi, De Magistris e Genchi, furono condannati; condanna che per De Magistris (che nel frattempo aveva lasciato rivoltosamente la magistratura per entrare in politica prima al Parlamento Europeo con Tonino Di Pietro e poi come sindaco di Napoli con una lista civica) era costata la sospensione dalla carica di primo cittadino a causa della famigerata “Legge Severino”. Bisogna ora attendere due momenti importanti: le motivazioni della sentenza di appello e il ricorso per Cassazione che quasi certamente la Procura Generale produrrà. La cosa che, invece, mi ha lasciato perplesso è stata la dichiarazione che De Magistris ha rilasciato subito dopo la lettura della sentenza di assoluzione: “Sono molto contento, finalmente è stata fatta giustizia. Per me finisce un incubo. E’ stata una vicenda che mi ha procurato molta sofferenza. L’assoluzione è motivo di grande soddisfazione”; perplessità dovuta soprattutto al secondo capoverso della dichiarazione, quando dice espressamente che “per me finisce un incubo”. Capisco la sensazione umana del personaggio e la violenta tempesta di emozioni e di pressioni cui è stato sottoposto ma, nei suoi panni, avrei riflettuto un attimino prima di rendere simile dichiarazione. L’incubo, De Magistris, se lo è cercato quasi con il lanternino tracimando dai suoi compiti e doveri istituzionali ed arrivando ad ipotizzare fantasticherie truffaldine addirittura in capo all’allora presidente del consiglio dei ministri, Romano Prodi, e dell’ex ministro guardasigilli, Clemente Mastella, con conseguente caduta del governo che diede nel 2008 la possibilità a Berlusconi di ritornare al governo del Paese. Non so se De Magistris avesse o meno ragione, ma in quella occasione secondo molti andò un po’ troppo al di la trascinando nelle sabbie mobili quasi tutta la Procura della Repubblica di Salerno. Ma andiamo con ordine e rivediamo cosa accadde in questo Paese, meglio sarebbe dire in Calabria e nella Procura di Catanzaro, in seguito alle clamorose inchieste del giovane magistrato napoletano (nipote e figlio d’arte) che la storia ha denominato come: Poseidone, Why Not e Toghe Lucane. La vicenda di cui si parla è più che nota: riguarda il presunto piano messo in atto per bloccare indagini condotte negli anni tra il 2004 e il 2007 dal sostituto procuratore Luigi de Magistris, poi europarlamentare dell’Italia dei Valori e infine sindaco di Napoli; all’epoca in servizio a Catanzaro. I nomi “Why not” e “Poseidone” sono ben conosciuti, così come quelli degli indagati di questo stralcio di attività portato avanti dalla magistratura campana. Sono indagati eccellenti i vertici della Procura del capoluogo calabrese: l’ex procuratore capo Mariano Lombardi, il procuratore aggiunto Salvatore Murone, l’ex procuratore generale Enzo Iannelli, il procuratore facente funzioni Dolcino Favi, i sostituti pg Alfredo Garbati e Domenico De Lorenzo, il pm Salvatore Curcio. Contro di loro accuse gravissime, che vanno dalla corruzione in atti giudiziari all’omissione di atti d’ufficio. Secondo le ipotesi accusatorie descritte da De Magistris, quando era già eurodeputato, in una settantina di deposizioni dinanzi al pm di Salerno Gabriella Nuzzi: “Sarebbero stati tutti d’accordo. Tutti coinvolti nella concretizzazione di un piano preciso, finalizzato a mandare all’aria indagini che coinvolgevano politici e imprenditori, delineando l’esistenza di un sistema di potere che da anni teneva sotto scacco la Calabria. Era il famoso , quello delineato da De Magistris nell’inchiesta e prima ancora in . In entrambi i casi era stata accertata la sparizione di milioni e milioni di fondi comunitari. Soldi che avrebbero dovuto essere destinati allo sviluppo di una terra povera e maledetta e che invece erano andati ad ingrossare i conti esteri di pochi fortunati. Era il solito, vergognoso, copione. Quello che magistrato e carabinieri stavano portando alla luce con lavoro certosino”. La Procura di Salerno ci credette e diversi magistrati (Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani, Patrizia Gambardella, Roberto Penna, Vincenzo Senatore e Antonio Centore) agli ordini del capo Luigi Apicella ordinarono le clamorose perquisizione a carico dei colleghi di Catanzaro che, per tutta risposta, ordinarono perquisizioni a Salerno; uno scontro istituzionale senza precedenti alla fine del quale la guerra contò morti e feriti: Apicella lasciò la magistratura e alcuni altri furono trasferiti, solo quelli che non si erano mossi da Salerno rimasero al loro posto. La realtà, ovviamente, portava alla luce una guerra di potere senza precedenti e con schieramenti totalmente opposti e divisi tra colpevolisti e innocentisti; il CSM fece piazza pulita dei colpevolisti probabilmente perché gli odori delle inchieste stavano per travolgere anche il più alto consesso della giustizia di questo Paese. Per tutto questo ritengo, ma la mia sensazione è opinabile, che Luigi De Magistris avrebbe fatto meglio a stare zitto e a non parlare della “fine di un incubo” perché Lui in realtà l’incubo lo ha fatto vivere drammaticamente a tanti altri.

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