SALERNO – L’alluvione con frana di Sarno, del 5-6 maggio 1998, si è trascinata per oltre quindici anni. Ora sembra essere giunta alla sua conclusione giudiziaria con una sentenza della Cassazione che lascia sinceramente di stucco. Alla fine l’ex sindaco di Sarno, Gerardo Basile –ingegnere, si è ritrovato, forse come unico condannato, a subire una sentenza pesantissima a cinque anni di reclusione. La vicenda ha i contorni dell’incredibile se non proprio ai limiti del parossismo. Nel 2004 il coraggioso magistrato Bartolomeo Ietto, in sede monocratica, aveva mandati assolti entrambi gli imputati principali, l’ex sindaco Basile e l’assessore Ferdinando Crescenzi. Nel 2008 la Corte di Appello di Salerno confermò le assoluzione, anzi, avanzò seri dubbi sulla condotta della Prefettura (e per essa dell’allora prefetto che era seriamente ammalato, tanto che poi morì dopo qualche mese). I familiari delle vittime fecero ricorso in Cassazione e sulla base del principio che non era stata sufficientemente esaminata la figura del sindaco nell’ambito del piano di protezione civile ottennero il rinvio alla Corte di Appello di Napoli che condannò Gerardo Basile; sentenza ultimamente confermata in Cassazione. Adesso si attende soltanto la notifica prima di fare scattare gli arresti domiciliari per Basile. Incredibile ma vero. Per carità io non sono un innocentista in assoluto, ma la sentenza della Cassazione mi sembra così assurda che quella contro Berlusconi assume il valore di una risibilità assoluta. Non c’è stato verso di far capire che quella maledetta sera la Prefettura di Salerno, responsabile in primis della protezione civile, allertò con notevolissimo ritardo le autorità comunali sul rischio immanente. Come si fa, a freddo e da dietro una scrivania, a stabilire che Basile fu talmente negligente da non aver valutato nella giusta misura il pericolo di non aver conseguentemente ordinato l’evacuazione di tutta la popolazione; come si fa soprattutto a stabilire il contrario quando nel 2004 ci fu una sentenza di assoluzione che, ripercorrendo tutto l’iter di quella tragedia, mise anche in evidenza le qualità tecniche del Basile (è ingegnere) che in quella occasione non solo si era preoccupato di quanto stava accadendo ma aveva anche cercato di sfruttare le sue conoscenze scientifiche del fenomeno. Poi la natura travolse tutto e tutti e non ci fu più niente da fare. Ovviamente la parola fine non è stata ancora scritta, difatti l’avvocato Silverio Sica (difensore storico di Basile) non si è affatto arreso e sta già studiando nuovi elementi che possano portare ad una revisione del processo. Al centro dell’attenzione è il ruolo che la Prefettura giocò in quella tragica sera del 5 maggio 1998. Bisognerà capire perché quel “fax” già preparato non fu spedito ai comuni di Sarno, Siano e di Bracigliano in tempo e perché invece fu inviato dopo diverse ore quando ormai la frittata era bella e fatta. Chi meglio della Prefettura poteva e doveva monitorare la pericolosità di quegli eventi naturali incredibili quanto inattesi. Probabilmente è stato ed è molto più semplice pensare e credere nella sola responsabilità del sindaco di Sarno che, secondo il punto di vista dei giudici, era più vicino alla zona della frana e da tecnico avrebbe dovuto, meglio degli altri, prevedere l’immane tragedia. Ad onore della cronaca bisogna, però, ricordare che tutto avvenne e si svolse nel giro di qualche minuto mettendo in seria difficoltà qualsiasi tentativo di correggere l’evoluzione degli eventi. Adesso si apre anche la battaglia per i risarcimenti che dovrebbero aggirarsi intorno ai 5 milioni di euro. Le vittime, i 137 morti, attendono ancora che si faccia piena giustizia.