Priebke e la banalità del suo male.

 Barbara Filippone

In una giornata  in cui i tg sono saturi di cattive notizie, la notizia che stranamente mi pare meno grave delle altre è quella del tanto chiacchieratissimo funerale di Priebke.

Le scene di dissenso di Albano mi toccano profondamente, sono stata sempre sensibile alla Shoa e alle persecuzioni degli ebrei, una sorta di empatia nei confronti di un popolo che il dio di Mosè decise che sarebbe stato condannato a vita senza patria. E credo che l’anatema del dio del Primo Testamento che condanna e che perseguita, sia nel destino degli ebrei la dimostrazione che Dio c’è. Così quando giunge ad Albano, centro ad una ventina kilometri dalla capitale, la salma di Pribke,  che tenta di varcare il portone dei frati Lefbvriani, il popolo risorge al passaggio dell’Assassino, passaggio che ha dovuto fare intervenire il Prefetto di Roma con la revoca dell’ordinanza dello stesso sindaco che vietava il transito della salma entro il territorio comunale. La tensione così sale inevitabilmente. L’accanimento nei confronti di un uomo che ha sterminato degli innocenti, di un uomo che non si è mai pentito del suo operato all’interno di un meccanismo perverso ideato da un folle: Hitler.  Certo prendere una decisione per l’Italia non è facile, visto che al momento non è ancora chiaro se verrà portato in Germania o rimarrà in Italia. Ma Berlino fa sapere: «La sepoltura un problema dell’Italia». Decidere di seppellirlo non sarebbe per me un ulteriore offesa a quei massacri come la stessa Boldrini ha dichiarato; è un problema politico oltre che morale, ma la vita è un ciclo di inizio e fine che termina con la morte, con l’ultimo saluto a questa Terra…qualunque essa sia. In queste strane circostanze, se Dio esiste come mi hanno insegnato, vorrei desse un segno tangibile della strada da prendere. Possibile che nessuno sia in grado di fare la cosa giusta? Il mio animo tormentato e alla ricerca continua di Dio, credo sia evidente in queste mie parole, ma ho sempre scritto ciò in cui credo e credo che questi avvenimenti caduti paradossalmente nelle giornate di ricorrenza del rastrellamento degli ebrei nel ghetto di Roma, il 16 ottobre 1943, alimenti ancor di più l’odio per quest’uomo le cui esequie cercano pace. In quel dì, 1022 ebrei trovarono la morte una volta deportati ad Auschwitz. Di questi solo 16 tornarono a casa. E così la rabbia cresce, e intanto la salma che non vuole nessuno, continua un viaggio di morte senza una meta. Non è neanche arrivata la richiesta da parte dei familiari di cremare il feretro del loro padre.

Le polemiche che hanno accompagnato le notizie di questi giorni, ritengo siano solo sterili; nel video che l’ufficio di Giachini, già legale dell’ex Capitano delle Ss Erich Priebke che si dice «profondamente amareggiato per quanto accaduto», racconta una dichiarazione di Priebke preso prima della sua morte, in cui ha difeso il suo ruolo nel massacro di 1944:

“E ‘stata una cosa terribile per noi avere a che fare con questo”, ha detto Priebke, intervistato in italiano, indossa una camicia bianca e gilet nero su uno sfondo di scaffali: “Non è stato possibile rifiutare… questo era un ordine di Hitler”. Ed io ci credo, condividendo il pensiero della storica e filosofa Hannah Arendt nella sua “Banalità del male” in cui racconta di Eichmann, uno dei maggiori responsabili della Shoah, in cui giustifica il comportamento di questi uomini la cui esistenza era impostata nell’obbedienza agli ingranaggi burocratici di potere. Il loro agire era semplicemente la ripetizione degli ordini ricevuti. Così Eichmann era un banale mostro: scaricato da ogni responsabilità obbediva ad un ordine formalmente legittimo, senza avere il coraggio di pensare con la propria testa e riuscendo a vivere tranquillo dopo aver obbedito e agito in tal modo. Il male così diventava il rifiuto del pensiero.. Pensare è infatti dialogare con se stessi, cioè porsi di fronte alla scelta di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. E questi uomini senza pensiero hanno agito in virtù di un comando. Anche Priebke ha agito in virtù di un ordine, forse avrebbe potuto chiedere scusa, ma che scuse sarebbero state se non si è mai pentito del suo operato? Il presente non replica il passato, e rifiutarne l’ultimo saluto a chi lo ha conosciuto, non darà indietro tutti quei morti… troppo semplice forse? Forse. Intanto parlarne ancora turberà i ricordi di tutti quelli che quei giorni li hanno vissuti, i cui corpi ne conservano ancora i segni…con dei numeri impressi nei loro avambracci.

L’unica certezza è che nella notte, dopo le proteste e gli scontri ad Albano il feretro di Erich Priebke è stato prelevato dall’istituto San Pio X dei padri lefebvriani e trasportato nell’aeroporto militare di Pratica di Mare. Lì resterà in attesa che sia presa una decisione sulla sepoltura dell’ex capitano delle SS.

One thought on “Priebke e la banalità del suo male.

  1. il tuo articolo mi piace molto, e mi piace perché lascia spazio a molti spunti di riflessione, ma il mio cuore fa fatica ad essere clemente verso un uomo così freddo e lucido…accanirsi verso la salma lo vedo inutile, ma attirare l’attenzione su questo argomento è doveroso, e credo che se ne debba parlare ancora di più affinché cose così non accadano mai più.

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