INAIL: da Guido Rossa a Francesca Mansi

Aldo Bianchini

SALERNO – Passerò per un rompiscatole ma sono i fatti di attualità che mi costringono a ribadire concetti essenziali. A me l’informazione fatta solo per fare notizia o per vendere qualche copia in più non piace. Punto. E’ la seconda volta, in poco più di un anno, che l’INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro) viene attaccato in maniera assolutamente fuorviante da un organo d’informazione in particolare: “Il Mattino”. Capisco che l’autore dei due articoli è un figlio della Costiera Amalfitana, capisco che il caso che tratta grida ancora e sempre vendetta in tutta la zona, ma prima di sparare a zero bisognerebbe almeno informarsi bene su cosa si va a scrivere, soprattutto se trattasi di materia tecnica come nel caso di specie. Il caso, dunque: “Il 9 settembre 2010 nell’alluvione di Atrani trova la morte una giovane ragazza studentessa lavoratrice, Francesca Mansi; il suo corpo fu ritrovato dopo diverso tempo nei pressi delle Isole Eolie dove era stato trasportato dalle correnti marine. Viene subito accertato che la morte di Francesca è avvenuta per causa violenta in occasione di lavoro dipendente”. Per questa ragione il caso della Mansi era ed è riconducibile sotto la protezione della legge infortuni. Ben altra cosa è se, una volta riconosciuto come infortunio, quel caso può accedere ad un legittimo indennizzo. Se non si conoscono questi passaggi tecnici è fuorviante scrivere soltanto per il gusto di ingenerare dubbi e perplessità nell’opinione pubblica. E’ facile, difatti, far credere che un Istituto assicurativo (che per quanto riguarda l’Inail non è privato !!) mette in atto tutte le difese possibili per non pagare; ma così si altera la verità e, per giunta, si forniscono false notizie che possono ingenerare inutili speranze in casi similari. Per quanto attiene la compianta Mansi fin dal primo momento si era capito che non sussisteva il presupposto della “vivenza a carico” per dar luogo all’indennizzo di natura economica. Lo avevo già scritto l’8 settembre 2011 all’indomani del precedente articolo apparso su Il Mattino e che annunciava la richiesta di indennizzo in sede legale da parte del padre della vittima; speravo che qualcuno lo avesse letto; mi ero illuso. Anche per il giornale storico della nostra provincia vale di più il concetto di dare una “notizia fuorviante” purchè faccia notizia e, speculando sul dolore e sugli affetti, faccia vendere qualche copia in più della media giornaliera, anziché dare una vera notizia illustrandola nelle sue sfaccettature tecniche. Una cosa che si chiama approfondimento e che sembra non essere gradita ad alcuno. Nel nostro mestiere c’è una sorda e strisciante arroganza che fa chiudere gli occhi e fa avanzare a testa bassa, purtroppo. L’INAIL non è un centro sociale e neppure un istituto di beneficienza; anche l’appello del Capo dello Stato risuonò inutile e fuori luogo, le leggi vanno rispettate sempre e comunque. Nel titolo ho parlato anche di Guido Rossa, sindacalista genovese della CGIL, ucciso dalle Brigate Rosse mentre, con regolare permesso aziendale, si recava in tribunale per testimoniare contro le BR e salvaguardare centinaia di posti di lavoro. Qualcuno ha evocato questo caso per paragonarlo a quello di Francesca Mansi; niente di più sbagliato. In quel caso fu facilissimo individuare e riconoscere il nesso eziologico tra la morte e la motivazione lavorativa, e poi non c’era la barriera della vivenza a carico perche Guido Rossa aveva famiglia e figli. Dispiace anche a me moltissimo per il padre della giovane Francesca ma il giudice del lavoro Lia Di Benedetto non ha fatto altro che il suo dovere, anche se a malincuore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *