Truffa semantica e Legge elettorale.

di Aurelio Di Matteo

Tra le tante tipologie di truffa credo che la più odiosa, ma anche la più pericolosa, sia quella semantica. Gli autori sono la classe politica, lo strumento i media che di essa sono il megafono e l’oggetto che cambia di volta in volta. Oggi è la volta della Legge elettorale e delle definizioni che la riguardano. Si è inventato il nome di porcellum per addebitare a una legge la responsabilità di tutte le nefandezze attribuibili ai partiti e alle vicende politiche di questi ultimi anni. È la più grande truffa semantica che si sia mai perpetrata! Nel bene e nel male, il porcellum consentiva di sapere chi aveva vinto e chi aveva perso, stabiliva in anticipo chi avrebbe guidato un Governo e quali coalizioni e maggioranze avrebbero sostenuto quel governo. Se poi le maggioranze cadevano o si sfaldavano, non era certo colpa della legge elettorale ma dei protagonisti e dei partiti che la componevano. Di conseguenza è scaturita la seconda truffa semantica: l’illusione, offerta ai cittadini, che le preferenze, sostitutive del listino predeterminato, diano ai cittadini la facoltà di scegliere, di decidere chi mandare in Parlamento e di evitare corruzione e incompetenza. Come se la corruzione, i privilegi e il voto comandato dalla compravendita non siano, a tutte le latitudini, prassi diffusa nelle elezioni regionali, provinciali e comunali, dove vige la presunta facoltà di scelta del cittadino, sia attraverso le preferenze con il proporzionale sia attraverso il criterio del maggioritario nei collegi uninominali. Per quanto criticabili, le inchieste della Magistratura testimoniano un malcostume diffuso, proprio là dove vige il sistema del proporzionale e delle preferenze. La storia d’Italia di questi centocinquantanni si potrebbe scrivere, ma anche definire, come la cronaca di una teoria di leggi elettorali. A base di ogni cambiamento ci sono state, tra le tante, sempre due motivazioni: riportare la moralità nella politica e allargare la base elettorale. La seconda motivazione è scomparsa dal 1946 per avere definitivamente acquisito il suffragio elettorale. È rimasta in piedi soltanto la prima, in base alla quale i partiti interessati a cambiare le regole elettorali giustificano le loro proposte ai cittadini. In verità si cambia la legge elettorale per illudere gli elettori e garantirsi la sopravvivenza come casta. Affinchè il cittadino non si accorga di questo si ricorre alla truffa semantica, che non è perseguibile giuridicamente e, quindi, massivamente e qualitativamente più pericolosa perché inficia il corretto rapporto sociale e la normale partecipazione alla vita politica dei cittadini. E ciò che più conta, uccide la vita democratica perché trasforma l’agorà, spazio ed esercizio dell’effettiva democrazia, in luogo virtuale dominato dagli “idola fori”. Giustamente qualcuno ha suggerito che sarebbe forse utile non tanto cambiare la legge elettorale ma promuovere un referendum per abrogare i centocinquantanni di storia italiana, sperando in una nuova, ovviamente con l’intervento propiziatorio di tutte le santità presenti nell’apposito calendario. È vero, i sistemi elettorali messi in piedi, il primo con la truffa semantica scaturita dall’emotiva soluzione sotto l’incalzare di tangentopoli e il secondo con quella non meno emotiva del freno alla nascita dei partitini e del cambio di casacca, hanno creato più guasti di quelli che si pensava di riparare; a cominciare dal sovvertimento di un valore essenziale e fondante di ogni scelta, la coerenza ad un programma, ad un progetto e ad un impegno, la sola che può dare eticità alla spregiudicatezza e al machiavellismo propri della politica. Di conseguenza si sono generati, sempre con truffa semantica, gli idola fori della stabilità e longevità dei governi, dell’omogeneità ad un programma sempre mutevole e sottoposto a continui adattamenti, della coesione di un progetto di sviluppo della società, della necessità di predeterminare maggioranze politiche per profondi interventi riformatori. La realtà ha disvelato queste illusioni offerte al cittadino credulone e come il tutto fosse una grossa truffa semantica. Il ribaltone di Buttiglione e compagni, i due impallinamenti di Prodi, quello da nemesi storica di D’Alema e in ultimo l’accidentato percorso finiano, hanno mostrato la fragilità di un sistema elettorale che allo strapotere autoreferenziale dell’élite dei partiti ha sostituito quello di pochi personaggi e della loro corte dei miracoli, di caste di potere, sia intellettuale sia finanziario, di piccoli e grandi padroni degli Enti locali; un sistema elettorale che, nato per ridurre il numero dei partiti e favorire le grandi aggregazioni, ha partorito un’incredibile quantità di partiti e partitini, di simboli, fiori e fiorellini; un sistema elettorale che, come la madre dei cretini, essendo sempre gravido, diventa sempre più prolifico di nidiate politiche. La soluzione all’attuale situazione non può essere il ritorno al proporzionale, tanto meno alle preferenze. Peggiore sarebbe, inoltre, la modifica del premio di maggioranza in discussione tra i partiti che, con la scusa di consentire più rappresentatività, predeterminerebbe una sola possibile maggioranza, guidata da Monti e sorretta da una larga convergenza alla maniera del vecchio compromesso storico del quale, se ricordo bene, fu auspice l’allora migliorista On. Giorgio Napolitano. Ancora una volta il voto del cittadino, che s’illude di scegliere il proprio governo e il proprio Presidente del Consiglio, sarebbe ignorato e tradito. Il fatto stesso che tale riforma sia sollecitata dal fior fiore dei sopravvissuti del doroteismo e da pezzi della finanza nazionale e internazionale dovrebbe di per sé indurre in sospetti.

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