D’Andrea/4: visto da Santacroce

Aldo Bianchini

SALERNO – Nel corso del viaggio di rivisitazione del personaggio “Cosimo D’Andrea” mi sono imbattuto in un libro, quasi dimenticato, scritto da Domenico Santacroce (già giudice istruttore presso il tribunale di Salerno e già capo della procura della repubblica di Sala Consilina, oggi avvocato penalista nel Foro di Salerno) scritto nel lontano novembre 1988 ed edito da “Boccia Editore”. Il libro, che piaccia o no, è una ricostruzione storica di fatti sui quali il giudice Santacroce ha direttamente indagato a volte per partito preso e più spesso per convinzione personale a difesa di quella legalità che vorrebbe “il giudice soggetto soltanto alla legge”. Un principio che spesso, però, resta scritto soltanto come una delle più belle enunciazioni della Carta Costituzionale. Non intendo inoltrarmi oltre in questo discorso perché mi porterebbe molto lontano. Mi fermo al titolo del libro “I miei giorni della camorra” che il giudice Santacroce ha voluto così fortemente marcare e che rimane, dicevo prima, un validissimo vademecum soprattutto per i giovani giornalisti che si avvicinano alla difficile cronaca giudiziaria. Nel libro c’è un capitolo (poco più di due paginette) interamente dedicato a Cosimo D’Andrea con un titolo ad effetto “La banda di don Cosimo”. Il capitolo sui apre con la descrizione del momento drammatico che si vive nelle carceri italiane mentre era in corso il movimento di dissociazione in blocco di numerosi cutoliani salernitani e mentre all’esterno i superstiti della grande retata del novembre 1983 cercavano una nuova sistemazione ed un nuovo equilibrio: ““A questo riguardo l’attenzione va posta su di un personaggio della zona di Battipaglia. Si tratta di Cosimo D’Andrea, nato il 16.6.46 a Battipaglia, il quale, ancora giovane, era già conosciuto con l’appellativo di rispetto <don Cosimo>. E’ un personaggio poliedrico, con una certa cultura estremamente intelligente, versato in svariate attività criminose, che vanno dalla truffa alla bancarotta, dalla ricettazione alla estorsione. Costui, già latitante per altro affare delittuoso, riuscì a conservare tale suo stato, nonostante la emissione di altro ordine di cattura del 23.11.1983 … con l’accusa di far parte della organizzazione cutoliana con il grado di capo di una delle zone del salernitano … In tale ruolo di preminenza egli era stato chiamato a risolvere conflitti, intervenendo a favore e nell’interesse di altri associati, ed a procurare protezione e nascondiglio a latitanti provenienti da fuori provincia. Proseguendo però negli accertamenti si scoprì che D’Andrea … dopo l’uccisione di Vincenzo Casillo aveva posto su una banda personale cercando … un proprio spazio nel territorio …  Dotò questa banda di una notevole agilità che gli consentiva rapidi spostamenti su tutto il territorio nazionale … Gli usurai tra i quali Giovanni Marandino ed altri della zona ricevevano notevole disturbo quando dietro ai debitori operava D’Andrea in quanto spesso correvano il rischio di perdere le proprie garanzie … questo rappresentò per D’Andrea la ragione del suo immediato successo ed anche l’inizio dei suoi fastidi … I fastidi, però, gli vennero proprio dal mondo della usura, perché fu tale Luigi Caldarola, passato poi anch’egli per la punta della canna di una lupara, spalleggiatore di un noto usuraio della zona di Eboli Santa cecilia, a prestarsi di accordo con i Carabinieri a fare da spia, infiltrandosi nei covi di D’Andrea per consentirne la cattura … “”. Il primo commento che mi viene spontaneo da fare è sulla figura del giudice Santacroce o di un giudice in genere. Non mi convincono mai quando, in attualità di servizio o a riposo, si mettono a scrivere in maniera non imparziale ed asettica sui personaggi che hanno indagato. In secondo luogo mi viene da dire che in genere i magistrati non mi piacciono mai, in assoluto, quando debordano dal loro compito istituzionale che è quello di applicare la cosiddetta “giustizia commutativa” per irrorare le pene rispetto al reato. Infatti molti magistrati finiscono spesso per tracimare dal loro compito per sfociare nella cosiddetta “giustizia distributiva” che è come voler entrare nello stato sociale e nella società civile per azzardare giudizi ed impartire lezioni di vita. La terza cosa riguarda quello che ha scritto lo stesso giudice Santacroce e che potete rileggere perché evidenziato in grassetto e sottolineato; da quelle parole io ricavo l’impressione di trovarmi di fronte ad un uomo, Cosimo D’Andrea, che molto probabilmente si è trovato invischiato suo malgrado in associazioni malavitose per portare aiuto ai bisognosi che correvano sotto il suo ombrello protettivo. In tutta onestà devo dire che neppure il giudice va oltre e lascia al lettore la possibilità di dare l’interpretazione che vuole del suo scritto. Ecco perché fin dall’inizio di questa storia ho spesso ribadito che il personaggio Cosimo D’Andrea è complesso e controverso al tempo stesso. Io lo conobbi moltissimi anni fa e ne ricavai direttamente l’impressione che molta gente si fosse arricchita alle sue spalle, soprattutto nell’ebolitano, scaricando su di lui tutto il male e tutte le colpe possibili. Ma la storia ovviamente continua. Alla prossima.

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